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Fondato nel 1922 da "u patrunu" Cesario Lagetto e dal suo genero "u patrunu" Pippi Tecci, fatto crescere e sviluppare con l'utilizzo di moderne ed avanzate attrezzature e tecniche di molitura da Michele Tecci, ereditato ed efficacemente condotto dai fratelli Alessandro Tecci e Pinuccio Tecci, il nostro frantoio vanta l'esperienza di 4 generazioni che hanno sempre lavorato e migliorato le tecniche di coltivazione degli uliveti, raccolta e lavorazione delle olive e della loro spremitura per ottenere un prodotto in linea con le esigenze dei clienti e con gli standard del mercato. Nel Frantoio Tecci, ancora oggi viene prestata la stessa attenzione del secolo scorso verso l'intero ciclo della lavorazione degli ulivi e della loro produzione, le moderne tecniche e le attrezzature hanno migliorato inevitabilmente gli standard del prodotto, ma la nostra passione per la Terra e per trarre dal "Sacro Ulivo" i fragranti ed antichi sapori della natura Salentina e Mediterranea, cono ancora le nostre carte vincenti e sicuramente il plus offerto attraverso i nostri prodotti e servizi di qualità.
L'olio d'oliva prodotto nel Salento, frutto dei secolari ulivi che hanno spesso l'aspetto di millenarie sculture naturali, è conosciuto in tutta Italia per la sua alta qualità e genuinità ed è elemento importantissimo della Gastronomia del Salento. Tale nettare, che sa rendere ogni cibo prelibato, non manca mai sulle nostre tavole e viene prodotto nei numerosi oleifici presenti in Terra d'Otranto. Ma ci siamo mai chiesti dove e come le olive venivano lavorate in passato, prima di occupare un posto, sotto forma di olio, nelle credenze dei nostri antenati? Un tempo, dopo la raccolta effettuata a partire dal mese di ottobre, i contadini portavano le olive nei "trappiti", piccole industrie artigianali che funzionavano ininterrottamente a partire dal giorno di "Tutti i Santi" (I novembre), per poi terminare i servizi in maggio. Ogni paese aveva il suo oleificio. I tradizionali frantoi salentini, sostituiti oggi dai più moderni "molinova", erano prevalentemente ipogei, sottostanti, cioè, al piano stradale, scavati nel tufo, nella pietra leccese o nel carparo.
Questa soluzione era stata preferita ad altre perché, come documenta il Monte, tutto "era studiato appositamente al fine di ottimizzare la conservazione del prodotto". La temperatura, in tali strutture, doveva essere stabile e calda (tra i 18 e i 20 centigradi), ciò per favorire il flusso dell'olio nel momento in cui le olive, dopo essere state macinate, dovevano essere sottoposte alla torchiatura e allo scarto della sentina. Il locale, inoltre, poteva contare su altre fonti di calore, date dalle molteplici lanterne, che ardevano incessantemente per tutto il giorno e la notte, dalla fermentazione e dal fiato degli animali.
La scelta di creare i trappeti nel sottosuolo era anche di natura economica. Il costo della manodopera necessaria per scavare un frantoio, infatti, era minore rispetto a quello che si sosteneva per l'ingaggio di muratori esperti. Questi luoghi, avevano un perimetro che variava secondo le esigenze, ed un'altezza media compresa tra 1,70 e 3 metri circa. Lo schema costruttivo, poi, era comune a tutti. L'accesso, rappresentato da una lunga e ripida scala, ricavata anch'essa nella roccia e ricoperta con una volta a botte, immetteva in un grande vano, dove c'era la vasca per la molitura, formata da una piattaforma circolare su cui trovavano posto le pietre molari, di calcare duro. Intorno a questa grande sala, vi erano ambienti più piccoli, destinati al riposo degli operai, utilizzati come stalle per i cavalli e per i muli e come luoghi dove, in apposite pile, si conservava l'olio. Queste stanze, prive di luce diretta, erano dotate di alcuni fori per l'aerazione.

 

Azienda Agricola TECCI

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